L’UOMO CHE CERCAVA IL MARE

 

Una voce roca e modulata si unì ai rumori nel crepuscolo, prossimo

a spandersi sulla città.

Mi appariva languida, tenera e suasiva.

Stagnava nel mio intimo come una pungente nostalgia, richiamava

alla mente i versi di Dante: “Era già l’ora che volge il

disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core lo dì c’han detto ai dolci

amici addio;...”

Non mi domandavo da dove veniva la voce o a chi era rivolta. Ero

presa da emozioni che mi sfiondavano la mente e dai problemi che

mi creava Enrico.

C’erano rumori e suoni nell’aria. I clacson delle auto si univano al

chiasso dei bambini che giocavano nel vicino piccolo parco ricavato

dall’abbattimento di un vecchio fabbricato pubblico.

I pochi alberi, soffocati dallo smog, lamentavano con foglie anemiche

la mestizia in cui erano costretti ad esistere. Una giostra spargeva

motivi nell’aria. Osservavo l’andirivieni delle persone nell’attesa

di attraversare.

La voce si gravò di un tono isterico. Fu allora che guardai alle mie

spalle.

Un dolcissimo sguardo intriso di tristezza si mostrò ai miei occhi.

Era di un uomo. Apparentemente non aveva più di cinquant’anni,

alto, una riga centrale gli divideva i lunghi capelli grigi raccolti sulla

nuca. Il viso scarno, ben rasato, dai tratti delicati. Raffinato nei

movimenti, aristocratico, indossava abiti lisi, ai piedi scarpe consumate,

ma ben lustrate.

Con tono deciso, mi chiese: “Il mare, dov’è il mare, la strada per il

mare” mentre le sue mani rattenevano fogli di giornale e cercavano

di arrotolarli.

Gli indicai la strada, mi ringraziò con uno strano inchino e si

avviò nel tardo pomeriggio autunnale che si dava alla stesa di

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un tramonto dolcissimo. Confuso nella folla si sottrasse al mio

sguardo. Ritornavo lentamente verso casa con la tristezza di

quegli occhi nella mente. Pensai di seguirlo. L’amarezza dei

suoi occhi era diventata mia. Era sera e tutto precipitava nella

complicità della notte.

“… dov’è il mare…?” Non riuscivo a dimenticare.

Una notte agitata mi consegnò ad un giorno senza colore. L’inquietudine

languiva in me e nell’aria.

Ero ferma al semaforo, un’edicola di giornali, una fotografia, l’uomo

del giorno prima?

Lessi: “Cadavere senza nome trovato sulla spiaggia di S. Teresa”.

Chi era? Tutti se lo chiedevano.

Il mio studio era all’ultimo piano di un presunto grattacielo. Seduta

nella mia comoda poltrona, guardavo al di là dei vetri, cercavo la

sottile linea di confine tra il cielo e quello che doveva apparirmi

mare. Una superficie piatta e incolore invece si mostrava allo sguardo.

La ragione rifiutava ogni connessione con il reale.

Con in mano i giornali del mattino subivo il silenzio della mente. Lo

squillo del telefono mi scosse, non risposi. Guardai attentamente i

fogli che avevo stropicciato fra le mani, riportavano notizie del giorno

prima e una foto del luogo dove era stato trovato il corpo esanime

dell’uomo che cercava il mare.

Un titolo recitava: “Il mistero della spiaggia di S. Teresa. Un uomo

privo d’identità è stato trovato sull’arenile. La polizia indaga”. Provai

un desiderio improvviso di condurmi alla spiaggia. Uscii.

Giunsi sul posto.

Il contatto delle scarpe sulla sabbia mi trasmise un fremito di libertà,

mentre ascoltavo il ritmo quieto del mare.

Arrivai a degli scogli affioranti che si allungavano nel mare.

Alla fine di questi, un lampeggiatore notturno d’avviso ai naviganti

si ergeva come a guardia del luogo, una figura di pesca149

tore si confondeva controluce. Volevo raggiungerlo, ma, l’accumulo

dei massi rocciosi che dividevano il mare mi dissuasero.

Notai il masso imbiancato con una grande W, come nella foto del

giornale.

Mi avvicinai. Le mie scarpe calpestavano residui portati dal mare o

dai frequentatori del luogo: legni, barattoli, bottiglie, preservativi

e… fogli di giornale arrotolati, gli stessi che rinvoltolava l’uomo che

cercava il mare.

Il giornale era stato ignorato da chi conduceva le indagini, non

aveva ritenuto potesse appartenere alla vittima. Raccolsi il quotidiano,

una scatola di cerini vuota e fuggii.

Da cosa, non capivo.

Quando mi sentii al sicuro, nel mio studio, cercai nei fogli del giornale

della settimana trascorsa, notizie da cui trarre supposizioni,

intanto giocavo con la scatola di cerini e mi chiedevo:

“Perché questo oggetto fra le mani?” Frattanto, seguivo i pensieri

che nella mente si sovrapponevano.

Le vene temporali pulsavano, la paura del ripetersi dello stato

depressivo che avevo sofferto in passato, mi costringeva a trattenere

il pianto, mi aggrappai alla poltrona, ingoiai le lacrime.

Stormivano nella testa i pensieri.

Frammenti della mia vita affioravano e svanivano.

Cercavo un barlume per riemergere dalla nicchia buia in cui mi trovavo,

nel silenzio che mi ottundeva, i ricordi… gridavano.

Enrico, lo conobbi durante la malattia di mamma che si spense tra

le mie braccia e le tante lacrime, dopo una lunga agonia: per un

tempo che non voglio ricordare.

Era stato suo allievo al primo anno di giurisprudenza. Non si era

laureato ma aveva intenzione di farlo, diceva. Io sapevo che era un

modo di dire, non di fare.

150

Aveva dieci anni più di me. Entrò nella mia vita nel momento

del dolore e della solitudine; ancora oggi, riconosco che senza

di lui non avrei mai superato la depressione.

Inizialmente rispettò il mio dolore e asciugava le lacrime che

versavo. Nel suo modo di fare vi era un esplicito corteggiamento

a cui non ero molto interessata. Le lusinghe delle sue

attenzioni in ogni modo mi procuravano inquietudini. Uno

strano presentimento bloccava la pulsione erotica che a volte

mi comunicava.

La sua fronte non era spaziosa. Nell’acquosità degli occhi infossati

c’era una capacità di suggestione a cui cercavo di fuggire. I capelli

biondi inframmezzati da pochi bianchi davano alla sua prestanza

fisica - che era notevole - una gradevolezza femminea. Nasceva per

poi morire in me la voglia di carnalità. Tra i suoi gesti ve n’era uno

che mi faceva sorridere, m’appariva con un fascio di fiori seguito

dalla frase: “Li ho colti per te, con le mie mani, nel giardino di casa”.

Sapevo che nel parco della sua villa non c’erano. Una sera che

lamentavo un dolore alla scapola, Enrico si offrì di lenirmelo.

Cominciò a muovere le mani sulla schiena, le spostò oltre il punto

che doleva: mi lasciai andare. Avevo avuto altri legami sentimentali,

storie che mi avevano sempre delusa, sia affettivamente che

sessualmente.

Riconosco che i conflitti interpersonali con gli uomini erano dovuti

all’educazione di mia madre.

Mi ripeteva: “Jeanine, Jeanine non ti fidare degli uomini, quelli, vogliono

solo una cosa.” Era il suo modo di proteggermi.

Mi aveva convinto che noi donne eravamo uno strumento per gli

uomini: come certamente lo era stata lei. Questa pudicizia prescriveva

di nascondere il corpo sotto vesti ampie o pantaloni larghi.

Sapevo di essere attraente.

Alta, magra, capelli castano fulvo solitamente raccolti a crocchia

sulla nuca, occhi nocciola chiaro con una polvere d’oro. Con la mor151

te di mamma emersero dalla mia mente automatismi inconsci

che disfecero tutti i tabù. Finalmente mi sentivo libera e cominciai

a capire che in amore si riceve nella misura in cui si

dà.

Enrico quella sera cominciò ad esplorare con le mani la mia pelle. Le

sue palme mi carezzavano sfiorandomi con dolcezza.

Il piacere si addentrava nel mio abbandono. Il mio corpo

vibrava, mentre trattenevo l’urlo che la gola voleva liberare.

Distesa sul divano davo ascolto al mio corpo che smaniava. La

sua lingua e le mani si muovevano su di me, in ogni piega. Il

seno s’inturgidiva, doleva, sprofondavo e galleggiavo in un

mare di godimento: “Il tuo corpo…” diceva “ è una fonte di

dettami che non sono stati ancora codificati ”.

Non capivo il senso delle sue parole ma non m’importava.

Non era mai capitato di trovarmi in un mare d’orgasmi provocati

da baci e carezze. “Voglio centellinarti lentamente! Lentamente”

ripeteva, mentre precipitavo in deliqui che mi trascinavano

in abissi in cui liquefacevo il piacere che stillavo dal

corpo e dalla mente.

Enrico, non si era mai denudato.

Quella sera, lo fece con una lentezza esasperata.

Riponeva i suoi abiti con cura. Alternava ritmi frenetici a movimenti

pacati. Ostentava il fisico d’atleta come se fosse davanti ad una

platea, cercava consensi, mentre io, ansiosa, rimanevo nell’attesa

delle sue mani.

Dopo il rituale della denudazione, si avviluppò al mio corpo, mi

penetrò con una violenza che mi fece mandar fuori quel grido che

avevo sempre soffocato.

Inizialmente ritenevo le sue stranezze invenzioni o un modo ironico

di vivere.

Lunghi silenzi, inattesi, determinati da un niente, tacitavano i nostri

brevi dialoghi.

Mi persuasi che il nostro stare insieme era solo un interesse

carnale.

Gli incontri si svolgevano nella normale consumazione. La

frenesia del mio corpo si disfaceva nel logorio dell’abitudine.

Nel tempo, le sue bizzarrie furono così tante da consumare i

debiti affettivi che avevo verso di lui.

L’amarezza dei litigi ci strinse: non voleva capire che eravamo

alla fine della storia, che non volevo sposarlo e anche la sua

ricchezza era una condizione che non volevo condividere.

La sera in cui l’uomo mi chiedeva dov’era il mare, ero appena tornata

in città. Avevo l’abitudine di allontanarmi il venerdì per eludere

l’ostinazione di Enrico. Avevo paura.

Quella sera lo trovai davanti al portone di casa. Mi aspettava.

Ricominciava con le solite proposte, per impedirgli di seguirmi in

casa m’incamminai per la città. Mi veniva d’appresso e parlava con

petulanza.

Il mio rifiuto di vederci ancora e il no deciso alla sua proposta di

matrimonio lo fecero andare su tutte le furie. Mentre si agitava e

dava in escandescenze, lo spersi tra la folla e gli umori della strada.

Rientravo verso casa, quando la voce si distinse fra i rumori, e mi

trafisse.

Il pianto invadeva il mio viso, ancora il telefono.

I singulti scuotevano il corpo.

La melanconia lambiva i pensieri, i battiti del cuore diminuivano.

Una tenerezza infinita mi acquietava, ma ancora una volta il telefono

cercava di distogliermi dal benessere che cominciava a farsi spazio

nella mia inquietudine.

Ancora squilli, incessanti, ancora, ancora.

Quando lo staccai la notte sopì i languori.

153

Il giorno seguente, i giornali riportavano la notizia che forse

non era stato un incidente a causare la morte dell’uomo “che

cercava il mare”. Ebbi conferma più tardi che il decesso era

avvenuto in seguito ad una emorragia interna. Ma la causa

rimaneva ignota.

Mi recai all’obitorio, volevo rivedere se il sorriso era stato cancellato

dalla violenza subita.

La serenità del viso mi ricordava mia madre. Il sorriso sulle

labbra, che poteva anche non essere una piega amara, richiamava

in vita il ricordo che avevo conservato di lui.

L’uomo che cercava il mare, anche nella rigidità della morte, conservava

una dignità.

Un moto di rabbia mi offuscò la mente, non avrei saputo spiegare il

pianto a quanti mi stavano intorno: fui costretta a nasconderlo.

Mi venne spontaneo pensare: cercherò con tutto il mio impegno

l’autore di questo crimine. Il medico legale mi confermò che, secondo

i rilievi eseguiti sul luogo dell’incidente e i referti dell’autopsia, il

corpo era stato scagliato con violenza in un punto in cui la sabbia

celava l’insidia delle rocce. Si supponeva che fosse stato sollevato in

aria e poi lasciato cadere.

Nel silenzio dello studio contemplavo la luna nei colori della sera.

Traspariva tra nuvole lievi che, come velari, l’attraversavano.

Le luci del paese sulla montagna, come smarrite nel vuoto della

notte, sembravano la cuna dell’astro.

Nella quiete dei miei sensi sopiti riandavo agli ultimi avvenimenti.

L’uomo che cercava il mare era stata una casualità, mi ero lasciata

intrigare da uno sguardo e da una storia che non mi apparteneva.

Devo ritornare al mio lavoro, mi dicevo.

Non potevo negare però, che gli ultimi avvenimenti erano stati

vivaci e mi avevano tenuto lontano dalle miserie del quotidiano. Mi

diedi parola di perdere il ricordo degli ultimi accadimenti.

Dopo una settimana dalla promessa di disinteressarmi dell’uomo

che cercava il mare, i giornali ricominciarono a scriverne:

“E’ stato fermato un testimone che si è chiuso nel silenzio e si

rifiuta di rispondere”. La curiosità si risvegliò in me. Ricominciai

a fare domande.

La foto sul giornale mostrava un volto che, aveva gli occhi di

chi guarda, ma non vede.

Decisi di assistere quell’uomo.“Mi chiedevo perché?” Volevo

sapere chi era l’uomo che cercava il mare e perché lo vagheggiava.

La decisione mi pose un dilemma: era giusto quello che

volevo fare?

Volevo forse adattare una giustizia personale a chi mi aveva privata

di un sorriso? Avevo dei dubbi atroci, sapevo in cuor mio che volevo

giocare sporco e che le notti sarebbero state insonni. In passato,

ogni qualvolta mi ero trovata in situazioni simili, avevo adottato la

tattica del non far niente, aspettando che l’istinto mi guidasse.

Cercai la famiglia dell’uomo fermato e riuscii ad ottenere dalla moglie

il mandato a difendere suo marito, gratuitamente.

Quando la lasciai, tra lacrime e scongiuri, mi consegnò di sua spontanea

volontà una cartella clinica. Non comprendevo il perché. Dopo,

nel silenzio del mio studio, capii. La diagnosi era che Ubaldo De

Lay era affetto da angofrasia: disturbo del linguaggio consistente

nello spezzettamento delle frasi per interposizione d’altri suoni, specialmente

vocalici.

Una telefonata mi distolse dalle mie elucubrazioni.

Elena, la sorella d’Enrico, era preoccupata perché il fratello da alcuni

giorni non usciva da casa, si trascurava e dava segno di squilibrio.

Di notte aveva gli incubi e durante il giorno parlava da solo, vagava

per casa e ripeteva: “ perché, perché... perché…?!”

Le spiegai che io e il fratello non avevamo più nessun contatto

e per quanto mi dispiacesse delle sue condizioni non ero in

grado di fare alcunché. Lei aggiunse Enrico spesso ripete: “è

colpa tua Jeanine, è colpa tua.”

Il colloquio con il detenuto fu angosciante. Aveva una testa

enorme, i capelli rossicci, incolti e crespi, il viso coperto da

una barba anch’essa non curata.

Le lacrime gli venivano giù copiose dagli occhi arrossati per

l’abitudine che aveva di stropicciarli con la manica della giacca.

Gli dissi che sapevo della sua difficoltà nel parlare. Misi sul tavolo un

foglio e una penna e lo pregai di scrivere. Mi guardava con i suoi

occhi acquosi, enormi, dilatati dalla paura. Le lacrime scivolavano

nell’incolta barba fuoriuscendone dai peli del mento. Si chinò sul

foglio dopo aver rivolto lo sguardo su di me e scrisse: che cosa ho

fatto? perché non sono a casa? Teresa mi aspetta.

Voleva aggiungere altro, ma il pianto gli impediva di continuare.

I singhiozzi lo facevano tremare mentre si raccoglieva sempre più

su se stesso. Lo rassicurai spiegandogli la mia funzione e promisi

che il giorno dopo gli avrei portato Teresa.

Ripensando al colloquio dedussi che Ubaldo De Lay non era

deficiente. Aveva settantacinque anni, anche in una situazione

assurda, aveva risposto alle mie domande “scrivendole” in

modo corretto.

Il giudice inquirente non voleva recedere dal suo convincimento;

sosteneva che le indagini confermavano sempre più la colpevolezza,

anche se il movente del delitto era ancora sconosciuto.

Diceva: l’indagato era sul luogo del delitto come tutte le sere intento

a pescare, non si era discolpato, inoltre, aveva abbastanza forza da

alzare quell’uomo e lasciarlo cadere. Lo informai che mi sarei appellata

al tribunale della libertà.

Era sera, scrivevo la difesa dell’assistito, il telefono bloccò i miei

pensieri.

156

Dall’altro capo del filo Enrico, si scusava per il comportamento

avuto nei miei riguardi, diceva di essere rammaricato, voleva

vedermi.

La voce dal tono distaccato e allegro non mi fece dubitare

minimamente della sua sincerità, accettai l’invito a cena per la

sera dopo.

Venne con un gran fascio di fiori: alla mia insinuazione, “colti

nel tuo giardino?”, sorrise. Durante la cena il dialogo scivolava

allegro tra noi, ridemmo di: ti ricordi quella volta? Descrivendo

situazioni piacevoli vissute insieme.

Avevamo consumato la cena e gli argomenti, le parole

doloravano la stanchezza di stare e di comporre pensieri da

comunicarci.

La sofferenza mi smaniava dentro, volevo fuggire.

C’interrogavamo con gli occhi.

La consapevolezza dell’ineluttabile era presente in noi.

Ero stata imprudente - mi dicevo - non avevo considerato la

fine della serata, quando lui mi avrebbe accompagnato a casa.

Dietro il senso banale del nostro dire, vi era un ordire reciproco.

Lui occultava di essere il cacciatore: io non volevo essere preda.

Non volevo subire la violenza che già si mostrava in un malnascosto

risolino beffardo.

Dovevo sfuggire alla trappola in cui mi ero cacciata. Credo che

l’ambivalenza sia una peculiarità insita in ogni essere umano.

Alcuni la percepiscono appena, altri non l’avvertono e la vivono

inconsapevolmente. Io conoscevo il mio dualismo. In me vivevano

due Jeanine: una era l’avvocato “la tosta” come mi definivano in

tribunale, l’altra, la fragile che per seguire il suo istinto si cacciava

sempre in situazioni d’emergenza.

Era il momento di diventare la”tosta ”.

Era chiaro, mi teneva in pugno. Un maligno piacere gli aleggiava in

volto, mi aspettavo da un momento all’altro la risata satanica.

157

Con una mano sulla tasca posteriore dei pantaloni, si alzò e si

avviò a pagare il conto.

Mi si offriva solo una possibilità.

Le chiavi della macchina erano sul tavolo, le presi velocemente,

senza che lui se n’accorgesse, fuggii.

Mi resi conto che non potevo andare a casa.

Mi rifugiai in un albergo. Enrico ebbe la sfrontatezza di telefonarmi

il giorno dopo.

Mi chiedeva se avevo gradito la cena e se avevo voglia di ripeterla.

Esterrefatta, gli risposi urlando: “ non farti più vedere, tu sei pazzo

ed io non voglio vederti mai più, pazzo, pazzo, lasciami in pace ”.

Ero preda di una crisi di nervi, quando dall’altro capo del filo,

Enrico con voce canzonatoria ripeté: Jeanine il mare, dov’è il

mare, la strada per il mare...

continua…

 

LO TROVAVAMO

Eravamo in ventuno nello stanzone, ognuno alla sua scrivania

lungo le due pareti.

La ventunesima era di fronte alla porta d’entrata, in fondo al

salone, sembrava la cattedra di una qualsiasi aula scolastica.

Vi sedeva intento al suo lavoro Egisto, un’isola nell’enorme

stanza, il maestro di una classe che non era.

Sempre ultimo ad entrare con il suo muoversi incerto, lasciava

pensare che dovesse cadere ad ogni passo. Lo accompagnavamo

con lo sguardo fin quando si sedeva.

Alle sue spalle un grande finestrone che, quando il giorno

luminava chiarore, traluceva evanescente come angelo

demoniaco nel suo vestito chiaro. I pochi capelli biondicci

apparivano e svanivano in quella luminosità occasionale.

D’estate quando il caldo soffocante rendeva lunga e faticosa la

giornata, sembrava a proprio agio nel vestito di lino chiaro:

indossava sempre lo stesso abito.

D’inverno vestiva un cappotto marrone spigato, smisurato, in

cui si avvolgeva una volta seduto.

Lavorava con grande goffaggine, non rideva mai. Poggiava il

braccio sinistro sul piano della scrivania, roteava il corpo e

ingobbiva la scapola destra: scriveva o spostava i fogli da correggere

nelle varie cartelle con una sola mano.

Egisto non scambiava parola con alcuno, e mai s’udì la sua

voce fin quando fece parte del gruppo.

Quando il lavoro era particolarmente urgente o complicato la

stanza sembrava invasa come da uno sciame d’insetti, le parole

nell’aria diventavano rumori indistinti di un solo suono.

Il lavoro che svolgevamo esigeva molta attenzione.

C’era quotidianamente un via vai da una scrivania all’altra,

cercavamo di aiutarci reciprocamente per non commettere er159

rori che avrebbero causato esclusioni o punizioni. Egisto non

chiedeva mai aiuto, procedeva sicuro e imperterrito nel suo

fare quotidiano.

Cercavamo di comunicare con lui, ma, il suo sguardo gelido ci allontanava.

Crebbe in noi un senso di paura e rispetto. Ci domandavamo chi

fosse quell’individuo melenso che ogni giorno entrava claudicando

e che dopo essersi guardato intorno sedeva alla scrivania e cominciava

a lavorare nel suo silenzio.

Inizialmente pensammo fosse una spia, poi che era uno di noi. Il

dubbio ci accompagnò per tutto il tempo che stemmo insieme.

Dopo mesi di convivenza con alterni comportamenti, decidemmo

che era preferibile cambiare atteggiamento nei confronti di chi non

capivamo fosse realmente.

Il brusio cessò, l’andirivieni da una scrivania all’altra fu solo un ricordo,

le voci si affievolirono e il silenzio regnò sovrano nell’enorme

salone.

Soltanto cinque di noi sapevamo che un giorno sarebbe entrato

l’ispettore - come era già avvenuto - che, con lo sguardo

ambiguo, avrebbe lasciato intendere ad ognuno di noi di essere

stato selezionato per poi, sadicamente, con l’indice accostato

al volto-sullo zigomo - con una risata isterica ne avrebbe

indicato un altro.

Una mattina, Egisto era in ritardo, e nei nostri animi si introduceva

la paura che aumentava con lo scorrere del tempo.

Gli occhi fissi sulla porta, muti, in balia dell’impredicibile attendevamo.

Quando si aprì la porta ed apparve Egisto, il terrore ci avvolse.

Irriconoscibile nella divisa militare, un sorriso insinuante nelle

pieghe amare delle labbra esprimeva il suo sadismo, negli occhi

una luce sinistra.

Chiuse la porta.

Guardò intorno come se cercasse qualcuno poi cominciò ad

indicare chi doveva uscire: uno per volta.

Si centellinava il suo sadico piacere, faceva credere che non

tutti sarebbero stati selezionati. I prescelti con i volti sbiancati,

gli occhi rattristati e le membra rattrappite faticavano a fare i

pochi passi, per ruotare la maniglia della porta e superare la

soglia.

Uscivano a capo chino dove risa e sghignazzi li attendevano.

Ero rimasto solo.

Egisto, con una maligna espressione sul volto e negli occhi si

avvicinò alla porta indietreggiando, e sempre fissandomi: come

se volesse comunicarmi qualcosa, chiuse la porta alle sue spalle,

lasciandomi tra le scrivanie vuote nell’immenso salone.

Sempre più lontano il cadenzare degli stivali e i marsch ordnung.

Dal finestrone i camini, confusi nel chiaroscurale della sera emettevano

un fumo acre che, portato dal vento invadeva la stanza.

Il suo puzzo sapeva di morte.

Lontani, lugubri latrati, accompagnavano il ritmo del mio Mantra.

 

IL SOGNO CONTINUO

Che cosa avrebbe potuto impedirmi di essere qui, ogni notte, innanzi

a te, riflesso nei tuoi occhi di giada.

Tu, con il tuo canto neniante rapisci il mio cuore che a te porta il

dolore del mio vagabondare.

In notti insonni cerco te nel mio inappagato desiderio.

Furtiva.

Con passi di danza, riveli e rapisci il mio essere tuo, sveliamo ciò che

ancora non è?

T’involi e mi chiami, mi sfiori e mi fiuti, ti allontani e svanisci.

Come sirena lusinghi il mio orecchio.

Tra spergiuri e inganni t’invoco genuflesso nell’occaso, consumato

dalla mia preghiera querula, mentre appari e scompari.

Ritorni, mi tenti, m’ asservi, protendo le mani, tento di ghermirti.

T’inseguo nel tuo nascondimento tra sipari di nuvole di carta mentre

il giorno si dipana offrendosi alla notte silenziosa che si addentra

nel mio corpo corrotto da blasfemi.

Questa trama mi aggomitola, dissolve il pensato dell’essere stato e

vagulo in te, tra cieli acquerellati che, rosi dalla notte, abradono il

mio corpo sospeso nel mio <perverso> tuo desiderio.

E’ caldo il tuo corpo eterea creatura.

Il tuo abbraccio addolcisce ancor più l’essere stata mia.

Nei risvolti del sogno; forse avverrà che come ape regina volerai

che più alto non si può ed io vorrò morire per darti quello che poi t’

incoronerà.

E quando, stanca del gioco; sorridi, disappari, e ritorni a blandirmi

con l’astratta carnalità del tuo canto di sirena che lusinga i miei sensi

rappresi nell’attesa del tuo voler essere ancora mia.

Mi tendi la mano, ti porgo la mia. Ci guardiamo.

M’irridi con occhi pieni di promesse che come ieri saranno

inadempiute.

Ma, demoni ti rapiscono dalle mie braccia avvolgenti. Ti portano

giù nell’abisso per offrirti in sacrificio al mostro voglioso di

possedere quello che non potrebbe sognare.

Impaurito ma non pavido raccolgo la preghiera dei tuoi occhi imploranti.

Mano nella mano ti conduco nei cieli azzurri turchesi, da me

dipinti.

I tuoi occhi di giada cangiano, virano nell’azzurro cupo con

cirri che cercano dove riparare.

Alisei lievi respirano… ci separano. Le mie mani nella notte ti

cercano, si aggrappano a niente.

Graffiano aria, stringono zefiri e tu sempre più lontana scompari

nell’ascesi.

La nenia di suoni gutturali emessi da ugola non mia, assorda e

chiama a raccolta ululati di bestie che vanno in cerca d’ironie, d’altri

sogni.

 

IL MARE DI MARIA

La fascia di litorale correva tra la spiaggia, il mare e i cespugli di rovo.

Le agavi presidiavano il ripetersi di quello che sembrava la conclusione

del giorno. Sulla spiaggia, ogni cosa attendeva di confondersi

con la notte e il respiro del mare. Bambini, in circolo, con occhi

incantati, ascoltavano storie, altri sciamavano rincorrendosi o rotolandosi

sulla sabbia.

Lontani colori opalescenti si alternavano sospesi tra l’aria e l’acqua

confondendo la linea d’orizzonte. L’arancio cupo del sole e l’azzurro

del mare scomponevano strisce sottili di viola chiara, verde, magenta,

per disciogliersi nell’azzurro grigio della costa più bassa.

Il sole intanto andava nell’indefinibile colorazione dell’acqua.

Sulle creste delle lunghe onde l’acqua era chiara e rotolava sulla prima

spiaggia. Le ombre delle barche si allungavano sulla sabbia. La luna

si confondeva tra i colori nell’aria. Lo sciabordio delle onde ninnava

i pensieri dei pescatori che con gli occhi socchiusi, assorti, fissavano

la liquida essenza delle loro attese, che, di lì a poco, nel buio avrebbero

punteggiato la linea d’orizzonte.

Come ogni notte con la complicità della luna, si auguravano di ritornare

a piene reti.

I loro pensieri in sintonia con il mare cercavano auspici sul futuro

prossimo della notte.

Alle spalle dei pescatori, s’inerpicava il paese.

Lenzuola bianche, stese su corde tenute da lunghe pertiche, si agitavano

nella brezza della sera, si confondevano con le prime case a

ridosso della spiaggia.

I richiami delle madri reiteravano infinite volte i nomi dei loro figli. I

bambini si sparpagliavano incuranti delle voci e delle sicure affettuose

sculacciate di dopo.

La quiete del tramonto in accordo con la stanchezza dei volti e la

lentezza dei movimenti subiva il silenzioso ritmo dell’ineluttabile.

Nella serena consumazione del crepuscolare momento un inquietante

richiamo si levò nell’aria. Sorpresi, gli astanti guardarono

il punto in cui nasceva l’angoscia.

I bambini interruppero i loro giochi, corsero a stringersi alle ginocchia

delle madri e con gli occhi le interrogavano.

Dove l’onda carezzava la sabbia una figura di donna: i capelli raccolti,

le spalle curve, proteggeva il suo gravido ventre con le mani.

I lamenti carezzavano quello che era rimasto del giorno.

Un lungo camice rosso, trasparente nel bagliore del tramonto, copriva

il suo corpo.

L’onda carezzava i piedi della donna. I lembi della veste nell’acqua

accompagnavano il mare nel suo andare e venire; il rosso riflesso dal

sole morente l’avvolgeva. L‘immobilità sembrava aver preso persone

e cose.

Tutti corsero verso la donna che riversa tra la sabbia e il mare, con

le mani ancora a protezione del ventre lo carezzava.

Gli uomini non si avvicinarono.

Il camice aperto scopriva il basso ventre, le gambe divaricate a triangolo:

l’acqua fluiva e defluiva scavando la sabbia tra l’anca, le cosce e

il ginocchio.

Una gamba ritraendosi strisciava il tallone sulla rena: lasciava una

traccia che il mare subito cancellava.

Le donne istintivamente si chiamarono, ognuna ripeteva il nome

delle altre, non vi era panico nelle loro voci, coscienti del rituale da

svolgere.

Gli sguardi delle donne cercarono Assunta, non era la più vecchia,

aveva carisma, fierezza e dolore negli occhi e sulle rughe del volto.

Assunta si avvicinò alla donna, le parlò, palpò il ventre, le sorrise

acquietandola, si alzò, guardò le case lontane, per incontrare gli

sguardi delle compagne che aspettavano silenziose.

Chiamò gli uomini, indicò le lenzuola, disse loro di prenderle

insieme alle pertiche e alle corde e di andare in paese in cerca

del medico o della “vammana”. Altre furono mandate di corsa

verso le case.

Assunta fece piantare le pertiche, tirare le corde e stendere le lenzuola

a quadrato. Poi, insieme ad altre compagne posò delicatamente

la donna entro l’improvvisato riparo, su di un telo steso sulla

sabbia.

In questa intimità semitrasparente, i lamenti diminuirono d’intensità

e aumentarono di ritmo; il sole precipitava velocemente nel mare,

la luna ad est si faceva spazio.

I bambini lasciati liberi ripresero i giochi, confondendo le loro risa

con i flebili lamenti della donna, che, rassicurata, si rivolgeva al cielo

pregando il suo dio.

Gli uomini in silenzio guardavano il paese, che dalla spiaggia ricordava

le cartoline illustrate ricevute durante la ferma militare: era tradizione

del luogo che gli uomini, partiti, ricevessero una cartolina

dalle ragazze del paese con il solo indirizzo e senza mittente.

Gli uomini tornando al paese, guardando negli occhi le ragazze,

riuscivano a capire chi era stata a mandare l’anonimo messaggio

d’amore: a volte bastava il rossore del volto o una chinata del capo.

Ancora oggi, le vecchie, sedute sulla soglia delle case, raccontano ai

giovani le storie e i sotterfugi delle loro trascorse conquiste.

Il paese si perdeva a nord est. Oltre il pendio s’intravedeva una

catena montuosa, sul loro profilo la notte accennava ad invadere il

cielo che si sbiadiva nella porpora, nel grigio, nel viola per rarefarsi in

colorazioni consumate come dalla mano di chi vuol rendere al cielo

ciò che non può appartenere all’uomo. Sulla riva l’acqua, chiara e

trasparente, riandava al suo ripetersi.

Le lenzuola come un velario proteggevano la consumazione del rito

che si stava compiendo.

La brezza di terra lasciava intravedere il corpo della donna insieme a

quello d’Assunta, che, inginocchiata d’accanto, le parlava.

Le compagne: una le reggeva il capo carezzandola, l’altra, con

le spalle al tramonto e le ginocchia ficcate nella sabbia, piegata

in avanti, reggeva le gambe della partoriente, le accostava

ai fianchi, le tratteneva sollevandole con le mani e gli

avambracci.

Fuori, le preghiere s’innalzavano nel crepuscolo pieno.

Lampàde a carburo illuminavano i tre lati del riparo lasciando al

buio il rumore del mare che dava ritmo al tempo.

Il chiarore animava le pareti che si coloravano di fantastico: ombre

goffe allungate a dismisura, deformate dalla brezza proiettavano

immagini sulle precarie pareti e nell’aria. Sembrava un rito tribale.

Dal paese una processione ritmata dall’andirivieni delle donne si

allungava sulla spiaggia.

Un uomo con una borsa in una mano ed una pila cercava di sorpassarle

impedito dalla sua mole e dalla sabbia che frenava i passi. Le

donne con grosse pentole d’acqua calda, curve, avanzavano con

cautela.

Il medico ordinò di addossare pietre sui lembi delle lenzuola per

tenerle ferme, gli uomini che si erano tenuti in disparte accorsero

provvedendo. Le donne recitavano rosari, gli uomini, presi per

mano i bambini, dopo averli raccolti nel buio, si avviarono verso le

case del paese, dove altre donne più avanti negli anni, biascicavano

e querulavano preghiere incomprensibili.

Lontano sul mare, i pescatori dei villaggi vicini stavano già consumando

la notte con le lampare.

Sulla spiaggia, l’ombra sacra della nascita. Sacello senza nome, contenitore

della materia e del suo divenire. Parte toccante del desiderio.

L’ombra del tempio sussurrava, sulla spinta dei leggeri soffi

della brezza che asolava lieve. L’essenza, sognante irrealtà,

nel parossismo di quanti con la mente dilatata e disposta ad

invenzione fantastica erano pronti a rappresentarsi nel peri

metro luminoso che s’innalzava come fucina infernale nella

ormai notte fonda. All’interno, il rito si svolgeva tra il vocio dei

partecipanti e l’acquiescenza di colei che doveva rendere alla

vita ciò che aveva ricevuto.

Voci sussurrate si sentivano all’esterno; “ dai, premi... forza

tieni... Assunta dai, sei pronta,… coraggio”

Oltre il limite delle instabili pareti, ondulate dalla brezza, in alto, nel

chiarore, insetti e microscopiche particelle danzanti si alternavano,

si libravano insieme a pagliuzze dai frenetici instabili colori.

L’epilogo di una sera di plenilunio, due esseri si amarono e si persero

nel dolce oblio dell’amplesso, inconsapevoli del futuro che si stava

compiendo. Le calde ore notturne si consumavano nelle prime

stelle cadenti che nascevano in cielo e morivano nei desideri inespressi

delle donne che, raccolte intorno a loro stesse, subivano la straziante

attesa di quello che le avrebbe condotte nell’ordinario svolgimento

del quotidiano essere.

Negli animi emozioni impedivano i loro tentativi di comunicazione,

farfugliavano preghiere inascoltate laddove l‘oscurità non zittiva.

La notte cresceva, le donne si cercavano, si pizzicottavano, si stringevano

sempre più. Cercavano nel reciproco contatto fisico di liberarsi

dell’incantesimo di cui erano prigioniere: sapevano che la notte

si sarebbe interrotta e poteva diventare la tomba dei desideri espressi

alle stelle cadenti.

Spossate. Esauste si lasciarono cadere, con le ginocchia prone, le

mani levate in alto, e frammenti di preghiera sulle labbra.

I pipistrelli volavano in cerchio al di sopra della focaia che cercava

d’impadronirsi dell’aria prossima alla notte senza diluire il buio e

senza raggiungere spazi cui comunicare l’evento. Le cicale e i grilli

rumoravano insieme al cantilenare delle vecchie.

La direzione della luce nel tempio s’impennò cercando la notte

altrove: ombre sulle lenzuola si muovevano scompostamente.

L’attesa frenetica spasmodiava; altre donne venute dai villaggi

vicini recintavano con i loro corpi l’area, in cui si svolgevano

due rappresentazioni: la storia vissuta realmente e la reazione

sul pubblico degli effetti del narrato in tempo reale.

Nel sito irreale in cui si figurava la rappresentazione un accenno

di vagito appena distinguibile zittì il mormorio, il silenzio

si estese d’intorno.

L’eternità fu cosi immaginata: lo spazio di tempo vissuto dall’accenno

di vita.

I vagiti si susseguivano con toni irritanti e continui, le preghiere

non più sommesse tacitarono gli abituali frequentatori notturni,

le implorazioni coprirono ogni cosa, diventarono canti

di gioia.

Le tensioni e le angosce volarono dai petti delle donne e si dispersero

con gli zefiri caldi del mediterraneo .

Le donne dei villaggi corsero sulla spiaggia in processione,

con le lampàde. Una moltitudine fra ondeggianti guizzi di luminosità

si raccolse nella zona antistante il quadrato delle

bianche lenzuola. Le luci erano rivolte là dove l’evento doveva

accadere, infiammando la liquidità del mare. Un lato del

tempio si alzò: comparve il medico, una figura inconfondibile,

piccolo di statura, grasso, quanto si può immaginare, con le

mani alzate in alto che la sua mole non gli permetteva di

congiungere, diede la buona novella.

Gruppi di donne pregavano, altre liberavano la loro gioia. Le ombre

nel tempio si sbiadivano.

Il chiarore sulla spiaggia creava interrogativi in chi sul mare lontano,

vedevano la notte separata dalla quietitudine abituale.

Le lampare dei pescatori si confondevano con le stelle: sembravano

sospese nell’aria, come perse nell’impalpabilità della

notte lunare. I marinai cercavano di capire cosa fosse quella

luminosità che intravedevano dove presumevano dovevano

esserci le loro case. Quando il chiarore si accrebbe per il so

praggiungere di altre luci, senza indugiare, si diressero a forza

di remi verso la riva: abitudini e gesti antichi erano radicati

nella memoria dei marinai, perciò ogni comportamento anomalo

di uno di loro era immediatamente rilevato da tutti, la

reazione di uno entrava in sintonia con gli altri che, ubbidivano

ad un istinto che non avrebbero mai potuto spiegare a

parole. Nessun segnale o suono fu emesso. Le barche si trovarono

naturalmente allineate con la riva lontana. Man mano

che avanzavano aumentava il desiderio di fare presto: le prore

scivolavano nell’argento che la luna distribuiva.

Quando i remi in prossimità della spiaggia toccarono la rena,

si fermarono, lo spazio di mare tra la riva e le barche era di un

colore che sopprimeva il significato del termine mare.

I pescatori, con meraviglia, guardavano la scena: credevano si trattasse

di un fenomeno di follia collettiva, le ombre goffe sulle pareti

del velario davano loro l’impressione di satani in movimento. Pensarono

ad una ierofania quando, come un sipario, una parete delle

lenzuola si apri dal lato che guardava il mare e videro chi ora era

madre. Sorretta da Assunta e da un’altra donna. Maria, si poggiava

con le braccia sulle loro spalle: le donne la sostenevano alla vita, si

avviarono verso il mare a passi lenti.

Maria, il capo reclinato all’indietro, i lunghi capelli disciolti,

con addosso il camicione incollato sul corpo, intriso di umori

che sapevano di vita, aperto sul davanti. Sul volto un sorriso

compiaciuto, appena accennato. Illuminata dalle barche s’immerse

nel liquido rossegiante, distendeva il corpo roteandolo

lievissimamente, il capo assecondava con movimenti lenti e

ritardati, emetteva mugolii di piacere bisbigliandoli con la bocca

chiusa.

L’acqua copriva per metà il suo corpo. Alzò lentamente una

mano, agitandola da destra verso sinistra; comunicava ai pescatori

e a quanti stavano sulla spiaggia, senza parole, una

preghiera. Tutti spensero le lampàde, cedendo a Maria il chiarore

lunare e il mare che ridiventava mare. Maria si lasciò

sfiorare dalla luna e, guardandola, le consegnò le sue lacrime.

Assunta e le due donne lavavano Maria con il mare, la luna

rendeva filamenti d’argento l’acqua che scivolava dal corpo di

Maria.

 

AVEVI PROMESSO

Avevi promesso: verrò domani con Luca, vedrai, - ti piacerà.

Invece, suppongo, sei corsa tra le sue braccia quando lo hai

rivisto, dimenticandoti di me, della mia casa e delle ore passate

accovacciati sul tappeto a raccontarci esperienze e le passeggiate

nel sole dell’estate di S. Martino sulla sabbia fredda.

I piedi nudi lambiti dal mare procuravano piacere, brividi e

carezze alle nostre emozioni.

Ricordo la spiaggia troppo lunga per scorrerla tutta. Nei pressi

di quello che consideravamo l’infinito il buio già cancellava le

ombre. La tua mano sfiorava la mia, la stringesti per non sentirti

sola.

Dicevi: “ non voglio ritornare in quella valle ” mentre i tuoi

occhi s’empivano di lacrime, “ è triste, è fredda, mi sento come

lontana da me, però c’è Luca e soltanto nelle sue braccia il

mio cuore s’acquieta, anche se negli ultimi tempi è raro che

mi stringa a sé con tenerezza”.

Luca è insegnante precario alle elementari; dà lezioni private

di latino e non disdegna di fare il cameriere per arrotondare lo

stipendio; i soldi - dice - non bastano mai.

L’incoerenza è che i compensi che ricava dai molteplici impegni

lavorativi li versa sul suo conto corrente.

Nei ritagli di tempo che trascorriamo insieme, c’è sempre la sua

stanchezza e non si accorge di quante volte ripete: “ sono stanco,

Olga, sono stanco”. Io della mia fatica non parlo, cosi pure delle

lacrime che verso nel silenzio della sua assenza.

In casa, c’è una sola tristezza la sua. L’altra, la mia, è nascosta, se

affiorasse ci toglierebbe il respiro.

Innamorarsi di un uomo del sud e viverci insieme vuol dire non

pagare la serva; coadiuvo alle spese di casa perciò si dovrebbe

spartire il lavoro domestico in eguale misura, ma cosi non é.

Nei tanti amori consumati non ho ancora incontrato chi si

prenda cura di me e mi ami ricambiando la mia dedizione.

No, il prezzo è troppo alto, sono innamorata del mio aguzzino,

elemosino l’amore che mi è dato quando lui ne ha bisogno

non nel momento in cui lo desidero io.

Quando, oltre i vetri, il paesaggio si confonde nella nebbia e i

suoi occhi s’incupiscono per spezzare l’inanità che avverte,

mi afferra per mano, mi tira a sé e mi bacia con violenza.

Non avrei mai figurato nella mente che un amore nato sulla reciproca

stima potesse finire con un’agonia cosi straziante.

Mi sento parte del suo altro, però mi ritiene indispensabile, mi sento

un ramo secco a cui si è aggrappato.

In questo posto triste lo spleen è nel quotidiano.

Il disagio non è solo suo, vivo le stesse difficoltà in un ostinato

volontario silenzio, ma la mia inquietudine sta per esplodere.

Questo paese d’inverno sembra il luogo delle anime vaganti: ognuno

è raccolto nel suo sé. Di sera si può cogliere il verso sommesso

di qualche ubriaco che, con l’indice sul naso, si zittisce guardandosi

d’intorno e barcollando si perde nelle stradine solitarie, oppure si

possono vedere ombre frettolose apparire, correre lungo i muri delle

case, nella nebbiosità dei lampioni, nell’ordinato freddo silenzio

che avvolge quel che osservo oltre i vetri della finestra.

Luca lo conobbi un’estate in Calabria, in un campeggio tra gli

ulivi che si affacciavano sul mare. Ogni nostro giorno terminava

in tramonti incredibili che disordinavano il nostro stare. Il

sole, di un rosso indescrivibile distribuiva il suo colore intorno,

velando di vermiglio il tratto di paese che si perdeva a

vista d’occhio.

Al suo tramontare un inquietante silenzio nasceva nel nostro intimo.

Ogni sera emozioni diverse, senza assuetudine.

Lui insegnante, io fisioterapista trovammo lavoro nello stesso

paese. Per tre anni vivemmo una relazione amicale, non c’era

il minimo indizio che potesse farci pensare che ci saremmo

innamorati.

Luca viveva con Elena - una ragazza indigena - un litigioso

amore che li portò alla separazione. Una sera d’autunno inoltrato

Luca ed io decidemmo di andare a guardare il mare da

vicino.

Le onde si frattavano sugli scogli, pulviscolo d’acqua salata ci circondava.

Un’onda irosa ci aggredì e ci bagnò, l’evento imprevedibile

ci spinse l’uno nelle braccia dell’altro. I miei lunghi capelli s’impigliarono

nel suo orecchino e nel tentativo di sgrovigliarli le nostre

bocche si sfiorarono, un brivido ci percorse, complici la luna e le

stelle che c’incantarono ed entrarono nei nostri cuori.

Ci cercammo, ci baciammo. Riprovammo, ci piacque, continuammo.

L’inizio fu incantevole, i nostri sensi non più sopiti ci risvegliarono

e ci sublimarono, un mondo nuovo emerse dentro e intorno a noi.

L’amicizia si trasformò in un sentimento sconosciuto, la tenerezza

ci avvolse, ci frastornò.

Da allora sono trascorsi quindici mesi. L’usura del tempo ha logorato

il nostro mondo incantato. Nel nostro quotidiano vivere qualcosa

non funziona più, gli ostacoli diventano sempre più alti.

Oggi, con l’amarezza e la nostalgia che ci stringe il cuore, non usiamo

più chiamarci per nome, li abbiamo sostituiti con: amore, tesoro,

ci sosteniamo reciprocamente mentendo.

Io non cerco la felicità, voglio la quiete, aspettare a sera il sorriso e

le carezze del mio uomo.

Devo espiare cause negative poste in altre vite? È questo il mio

Karma?

Devo dolorare tutta la vita?

Quanto male ho seminato per meritarmi questo anatema che mi

accompagna da quando ho memoria?

Questo amore non mi ripaga della sofferenza che mi procura,

devo soffocare le urla che vorrei mandar fuori, i piatti che

vorrei rompere, la corsa che vorrei fare, le braccia della mamma,

i rimbrotti di mio padre: shoten zenjin proteggetemi. Nel

sud non si è mai soli, c’è sempre qualcuno che ti sorride.

In questo paese dove le consuetudini sono diverse, guai a

cadere, nessuno ti rialza.

Il sud, bellissimo e tenero nella sua umanità, complicato e servile

nei rapporti con l’altro sesso.

Mi torna fortissimo il desiderio di tornarmene al sud.

Nella stanza, sul letto, cercavo di confondermi con il buio e

diventare evanescente come la nebbia, quando, la sua voce -

amore dormi? - il suo avvicinarsi, le sue mani calde e carezzevoli

intorno al mio corpo. Il sole del sud entra in me, il sorriso di

mia madre, il canto delle contadine all’alba nella mia campagna.

Mi stringo al suo corpo, l’amo, si, l’amo, non potrei vivere senza di

lui, i suoi baci sono lievi come ali di farfalla, il suo stringersi a me è

d’infinita dolcezza, rispetta la mia fragilità fisica.

Le lacrime che non riesco a trattenere sanno di gioia e d’amarezza,

leniscono l’inquietudine che provo quando lui m’ignora; non riesco

mai ad averlo accanto per il tempo che desidero.

Ha soddisfatto la sua voglia, della mia non se ne cura. Il buio nasconde

il mio desiderio d’amore.

Vorrei frustare il mio corpo, dolorarlo, cancellarlo, con una

gomma pane farlo diventare briciole.

Le prime volte, nella beatitudine del soddisfacimento dei nostri corpi

restavamo avvinghiati, avevamo paura di perderci. Ci addormentavamo

senza scrollarci di dosso.

Mi stringo al calore del suo corpo ansimante che ha in sé anche il

dolore.

Vuole allontanarsi, lo trattengo, non se ne cura, si separa, ha

fretta, poi dice; hai comprato il latte? E la Telecom? Senti, io ho

un appuntamento con Nando, forse mi trova un lavoro per

sabato sera.

Resto sola nel buio con le lacrime che accompagnano il dormiveglia.

Oggi devo fare due terapie, mi ci vorrà tutto il giorno; spero

che almeno non piova.

Finalmente la sera, nella vasca caldissima, mi sento male, il

sangue affluisce alla testa, un leggero capogiro, so di non dovermi

preoccupare; nel frattempo cerco di organizzarmi; devo

preparare la cena, stendere i panni che soggiornano nella lavatrice

da ieri, telefonare ai miei e accendere il camino.

Luca non c’è, dopo la scuola e la lezione privata é andato a

fare il cameriere. Tornerà tardi, mi troverà addormentata davanti

al camino spento, mi prenderà tra le braccia e mi deporrà

nel letto, poi freddo come un marmo, si avvinghierà al mio

corpo caldo.

Non avrà voglia di sesso, sarà certamente stanco.

Oggi non ho terapie, starò in casa tutto il giorno, devo spolverare,

lavare i panni intimi, stirare le sue camicie, preparare i

bagagli, partiamo; lui va a Napoli io al mio paese, sulla costa

Cilentana, dove i tramonti ti entrano nell’animo e ti trasportano

in avventure mentali indescrivibili.

D’inverno il declinare del giorno che si offre alla sera colorata

dal sole calante è di una bellezza che incanta.

Il cielo recita lo spettacolo.

Le nuvole sceneggiano, si rincorrono in dissolvenze, sembra vogliano

oscurare il sole e accorciare il giorno con il loro lento andare

dentro un sipario di trasparenze che si ripete sempre nuovo.

Sembra una guerra, il sole non vuole farsi nascondere e le

nuvole con colorazioni diverse subiscono e cercano nella con176

sumazione della loro etereità il ruolo di comparsa occasionale.

D’estate la campagna diventa una distesa infinita di orticelli

colorati dove, il rosso dei pomodori si confonde con quello

dei papaveri che nascono spontanei in ogni dove, il viola delle

melanzane, il giallo dei fiori di zucca che si spargono a

conquistare terreno.

A sera, l’odore della terra innaffiata entra nel naso e porta a

pensieri che non vorrei avere, quelli della morte ma solo per

un attimo, poi la vita vince.

Luca mi lascerà come al solito al bivio della statale diciotto in

un luogo dove di notte - le lucciole, non gli intermittenti luccichii

che si osservavano le sere d’estate nella campagna, - le

donne si prostituiscono.

Aspetterò la corriera che mi porterà al paese; dista mezza ora d’auto.

Lui proseguirà per Napoli dove, dice, la mamma lo aspetta per

cena e non c’è niente che la fa arrabbiare più del fare tardi a tavola.

Tutto si è svolto secondo le previsioni: sono a casa, è sera, un sereno

tramonto acquieta il mare. La linea dell’orizzonte pare si possa

raggiungere a nuoto.

Il sole rosso arancio sprofonda nell’acqua e resta nei miei occhi. In

alto nel cielo ad est una fetta di luna si fa spazio tra nuvolette che

vanno verso dove.

Gli zefiri accompagnano i miei passi, li sento sulla pelle, mi

accarezzano le gambe. La veste intrisa di sudore si fa ghiaccio,

i brividi dell’emozione e il forte odore degli ortaggi mi portano

nelle braccia di mia madre che mi carezza i capelli con

infinita tenerezza. Non ritornerò in quella valle dal silenzio

angosciante.

Nel mio paese, il rumore è la colonna sonora delle giornate che

corrono ognuna con un ritmo diverso e con musicalità che nascono

improvvise da ogni insieme.

Nel sud i bambini sono il motore d’ogni aggregazione, i ritmi

del fare, spesso, sono determinati dalle loro necessità.

In quella valle i bambini sono assenti. Non si odono gli schiamazzi

dei giochi che s’inventano gli adolescenti nel sud. Nel

nord i bambini sono grandi dalla nascita, composti ed educati

come gli adulti.

Nei ristoranti il silenzio è rotto soltanto dal rumore delle posate.

I commensali solitari hanno negli occhi acquosi e tristi la stessa

dolorosa solitudine che porto nel mio animo, sono rassegnati,

osservano il rituale dell’esistere con pedissequo fare, i

giovani soltanto - a volte - esprimono voglia di vivere. Chi non

ha motivo di tristezza, si conforma all’ambiente.

Capita in ogni modo di rimpiangere il nord quando sono al

sud e viceversa. Al mio paese a volte il tempo si ferma, o i

ritmi si alternano perché è successo qualcosa.

Già prima di albeggiare voci arrivano da lontano e accarezzano il

residuo sonno che resta, c’è sempre il profumo di un fiore o di un

albero da frutta che portato da venticelli occasionali accarezza le

nari.

D’inverno è il profumo del mare che a cadenza inquieta, o quieta

nelle lattiginose albe accompagna l’indolenza del risveglio.

In su la soglia - come diceva Leopardi - io e mio padre ci

raccontiamo il vissuto recente, sua moglie, mia madre, impasta

farina sul marmo della cucina per fare le tagliatelle.

C’è un fatto nuovo nelle loro giornate, io, sono a casa.

Mio padre racconta fatti veri, io invento ciò che ritengo gli possa

interessare.

D’improvviso mi chiede: se ami Luca perché ti allontani da lui e dal

lavoro che ti sei costruito? La risposta nascosta nei miei dubbi non

posso dargliela.

Le compaesane passando davanti casa mi salutano con un

cantilenante:! sì turnata finalmente! Perdere questo amore

che intristisce ogni giorno di più mi costerà dolore. Sono consapevole

che si consumerà come i tanti che hanno attraversato

la mia vita e hanno lasciato solo qualche traccia nella cartella

dei ricordi.

Mio padre chiede ancora una volta; quali sono i tuoi progetti,

ora posso dargli la risposta; resto, lavorerò nella vicina città

dove ho molti amici e conto di stabilirmi.

Luca è qui, controluce nell’ultimo sole della prima sera, davanti

al silenzio imperscrutabile dei miei genitori e alla mia

irremovibilità. Non può trattenersi, domani ha riunione a scuola,

mi scongiura di andare con lui.

Con il capo chino, in lacrime, penso alla consumazione che il

tempo farà su pensieri ed emozioni.

Il mio zittire ascolta, il rumore del mare.